La nostra analisi tecnica, tattica e generale di Spagna-Argentina: un trionfo meritato dopo 16 anni a scapito di chi partiva favorito
L'editoriale di GIANLUCA SCANU
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Non c'era altro epilogo possibile: il trofeo doveva finire nelle mani della Spagna, unica squadra rimasta capace di onorare il gioco fino in fondo. Se la coppa fosse andata all'Argentina sarebbe stato un tradimento del calcio stesso, dopo novanta minuti in cui una nazionale ha giocato e l'altra si è limitata a resistere. A risolvere tutto è stato Ferran Torres, freddo e cinico all'apertura del secondo tempo supplementare, il gol che ha premiato chi non ha mai tradito la propria identità. Dall'altra parte, il nulla: una squadra argentina spenta, rassegnata, arrivata in finale per poi rinunciare a giocarla fin dal fischio d'inizio. I numeri raccontano un dominio quasi imbarazzante, con la Spagna che ha tirato una ventina di volte contro uno zero clamoroso degli avversari fino quasi al 120°.
Solo nel recupero estremo sono arrivati due sussulti sudamericani, un lampo tardivo che non ha cambiato la sostanza di una partita mai davvero contesa. Messi, spento e isolato, ha vissuto la sua ultima notte iridata senza più la scintilla dei giorni migliori, un commiato troppo silenzioso per un campione così immenso. Sull'altro fronte Yamal non ha brillato quanto all'Europeo, ma la vera forza spagnola non stava nei singoli: era il collettivo, con Rodri baricentro assoluto della manovra. Scaloni sperava nel solito miracolo finale, nella rimonta dal nulla che aveva già regalato notti magiche, ma questa volta ha letto male la Spagna che aveva di fronte. Campione d'Europa due estati fa, ora campione del mondo: la Spagna si prende la seconda stella iridata, in compagnia della Francia, con un gol ai supplementari che riporta alla mente Iniesta 2010.
De la Fuente conferma di essere un allenatore straordinario proprio nella sua apparente normalità, capace di restare fedele a un'idea anche nella finale più bloccata mai vista. L'uno a zero finale forse sta stretto agli spagnoli, ma va contestualizzato: si trattava della sfida decisiva, una delle più chiuse della storia recente, sbloccata solo grazie al gioco. Il vero rammarico riguarda l'Argentina, protagonista di una prestazione che nulla ha a che vedere con l'indimenticabile finale contro la Francia di quattro anni fa. Potremmo dire che questa finale non sia mai stata realmente giocata dagli albicelesti, che fin dal principio hanno scelto la strategia dell'attesa totale. Blocco basso, nessun tentativo di superare la propria metà campo, la speranza flebile che prima o poi gli spagnoli si scoprissero: un piano che non si è mai concretizzato. L'unica alternativa restava aspettare, spezzare il gioco, rilanciare lungo senza criterio, provocare gli avversari, tutto pur di non costruire nulla con la palla tra i piedi.
Con undici uomini arroccati dietro la linea del pallone, anche i corridoi per servire Messi sono spariti, lasciando il fuoriclasse argentino completamente tagliato fuori. Alvarez confinato nei consueti compiti di raccordo, Montiel murato sulla destra, Tagliafico costretto a badare solo a Yamal: il centrocampo albiceleste una muraglia statica. Verrebbe da parlare di un duello alla pari, ma non sarebbe corretto: era piuttosto un pugile che si copre il volto contro uno che colpisce a vuoto, senza munizioni vere. Perché se è vero che l'Argentina aveva scelto la strada dell'anti-gioco, va detto che nemmeno la Spagna riusciva a tradurre il suo possesso in occasioni realmente pericolose. Nel primo tempo, appena due conclusioni verso la porta difesa da Martinez: un dato che certifica quanto fosse complicato trovare varchi in una difesa così organizzata. Gli iberici avevano spazzato via la Francia con la loro qualità, ma sapevano che l'Argentina avrebbe posto un problema diverso, fatto di trincee e non di duelli aperti. La partita seguiva un copione già scritto, mancavano gli strappi dei singoli capaci di spezzare l'equilibrio con una giocata individuale fuori dagli schemi.
Messi restava isolato, privo della forza per accorciare le distanze da solo, mentre Yamal, pur più propositivo, non ha mai raggiunto i livelli mostrati in estate. Olmo continuava a fare da perno tattico con le sponde di spalle alla porta, ma il traffico centrale rendeva ogni giocata complicatissima su entrambe le corsie di attacco. Il vero campione della Spagna, alla fine, si è rivelato essere il gruppo nel suo insieme, più che un singolo nome capace di risolvere la partita da solo. Qualcosa si è mosso nella ripresa, quando Scaloni ha inserito Paredes al posto di Nico Gonzalez, passando da un 4-4-2 dichiaratamente difensivo a un assetto con un regista aggiunto. Una mossa di protezione, certo, ma con un effetto collaterale: perdendo densità sulle fasce, i terzini argentini erano costretti a salire, aprendo finalmente spazi per gli attaccanti spagnoli. I cambi hanno indubbiamente cambiato il ritmo della gara, anche se dopo gli infortuni dei centrali Lisandro e Romero tutti i subentri di Scaloni sono stati di puro contenimento. Una scelta chiara nelle intenzioni ma difficile da capire fino in fondo: nemmeno un minuto per Lautaro Martinez, rinunciando del tutto a un tridente offensivo nel momento decisivo.
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