L'unione, il cinismo, la fame e la vittoria: il Milan scaccia l'Inter dal trono della Supercoppa

 L'editoriale

Di Gianluca Scanu

Dietro a quella coppa, anzi, a quella Supercoppa alzata nella buia notte di Riyadh a dispetto dei pronostici e di una possibile storia già (ri)scritta, possiamo individuare mille, anzi, milioni, anzi, miliardi di significati. Ma non ne servono più di tanti, in fondo, perchè quello più importante si chiama orgoglio. Quante volte è capitato che un tecnico, da subentrato da pochi giorni, vincesse subito un trofeo contro la pluridetentrice in carica, peraltro favorita nei pronostici e superiore sulla carta? Da questa domanda nascerebbe la risposta mai, ma se è successo ieri sera non è certo una questione di fortuna o di miracolo divino. La storia la fanno tre ingredienti: cinismo, unione, fame di vittoria. Ed il secondo tempo, dall'ingresso di Leao ne è la prova concreta.

Per quanto fosse uno ed un solo giocatore, il portoghese ha letteralmente cambiato il match. Ha ridato fiducia ai suoi, che è quello di più, di poter riscrivere un risultato già scritto e di trasformare il tormentone di contestazione "Cardinale devi vendere" in un'esultanza scatenata per il più bello dei trionfi in Supercoppa. Quello davanti ai propri rivali, campioni in carica e campioni d'Italia ai loro danni, quello che vale la rivincita dopo 6 tonfi, alcuni anche pesanti.

E' il trionfo di una dirigenza che, pur agendo "in anonimato", pur compiendo una scelta drastica e rischiosa a 48 ore, sapeva quel che avrebbe fatto. E' il trionfo di un attacco superiore, di una squadra unita fino al triplice fischio di Sozza, compatta nel momento decisivo e capace di approfittarne nel momento di stanchezza degli avversari, oltre che di crederci, di dare valore ad un trofeo che - seppur minore in confronto a 19 scudetti e 7 Champions - è pur sempre un trofeo, che si aggiunge ai già 49 che erano in bacheca.

La legge latina "Ubi major, minor cessat" deve però arrendersi di fronte al trionfo del Milan. Legge che sarebbe valsa se l'Inter, campione in carica e favorita dai pronostici, avesse mantenuto il doppio vantaggio, pure di fronte all'arrembaggio rossonero. Non intendiamo attaccare la Beneamata, perché se si guardano tutti e 96' i minuti il gioco nerazzurro è stato anche all'altezza. Un attacco che si era ritrovato, con Lautaro tornato al gol e Taremi a segno davanti ai suoi connazionali. Una difesa che ha risposto presente, con Bastoni che ha salvato tutto ed il suo contrario, con Sommer che pareva in serata di grazia. Ma è proprio quel portiere infallibile che è uno dei fallimenti di questa tragedia internazionale.

Uno dei tanti, che pesa in tutti e tre i gol: sul primo piazza male la barriera, sul secondo resta fermo di fronte alla conclusione di Pulisic, sul terzo tutti abbiamo assistito alla sua uscita a vuoto stile Zenga a Italia 90, che ha sancito la caduta dal trono della competizione. Uno dei tanti, perché è ovvio che non è tutta colpa del portiere che fino qualche mese fa era un pullman davanti alla porta, e che comunque ha parato di tutto e di più. Se Inzaghi ha perso sicuramente il controllo, non riuscendo a chiudere il match sul 2-0, è vero anche che la sfortuna, ieri sera, gli ha regalato tanto carbone dentro alla sua calza della befana.

Che sarebbe stata più dura del previsto, effettivamente, lo si capiva già dall'assenza di Thuram, il cui attacco ne ha risentito in energia. Lo si capiva già dal momento in cui Calhanoglu ha dovuto alzare bandiera bianca. Ma chi per lui, Asllani, ha inesorabilmente deluso, entrando (anche se prima di dare un verdetto c'è ancora tempo) nella hall of fame dei flop interisti. Del Dumfries visto contro l'Atalanta non c'era traccia, Barella e la difesa sono crollati vittima del nervosismo (vedasi la spintonata contro Leao e la lite con l'arbitro), della tensione, della paura di non farcela. Se Gresko, il 5 maggio del 2002, serviva a Poborsky il gol del 2-2 a Roma che de facto sentenziò la perdita di uno scudetto parso già vinto, in zona Cesarini assistiamo ad un Zielinski che liscia il pallone, regalandolo a quel Pulisic che avvierà l'azione del gol del 3-2 definitivo.

Il succo della storia, per citare Alessandro Manzoni, è quel che accade solitamente una volta calato definitivamente il sipario. Ipotizzare un'ascesa con rimonta di questo nuovo Milan è lecito. Aspettarsi un crollo da parte dell'Inter anche. Pensare che succeda il contrario, idem. Solo il tempo, sarà in grado di dirlo. Però, anche il morale di entrambe le squadre, che è l'aspetto che più conta.

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